13 dicembre 2017

WWW Wednesday #2 - 2017

dicembre 13, 2017 2 Comments
In questi giorni l'allergia non mi sta dando tregua, ma non riesco a stare lontana dalla mia gatta nel poco tempo che ho per coccolarla. Inoltre sto andando su e giù con il treno tra varie città a fare moltissime cose prima di... beh ve ne parlerò a tempo debito! Ma tornando a noi, ho finito il corso di Teatro all'Università di Firenze e già i ragazzi mi mancano, ma li rivedrò sicuramente il prossimo anno. Come avete visto non ho avuto molti aggiornamenti da fare, purtroppo ho avuto qualche problema con la tesi, cosa che mi ha portato via quasi tutto il tempo rimasto e dunque il blog è rimasto attivo solo per i post sui vichinghi (tra l'altro vi ringrazio per l'accoglienza positiva su questo argomento, farò sicuramente altri articoli a riguardo). Quindi... dove eravamo rimasti? Oggi mi perdo terribilmente in chiacchiere! Nei miei vari viaggi sono stata in biblioteca perdendomi tra molti bellissimi volumi e alcuni di questi sono riuscita a portarli via, per cui ve li mostrerò in In My Malbox, solo che essendo tanti li suddividerò in più puntate. Cominciamo con l'aggiornamento attuale delle letture:

Sto leggendo moltissimi saggi per la tesi, ma non credo possano essere di vostro interesse per cui ho deciso di mostrarvi un libro che ho trovato molto utile sulla scrittura della tesi ovvero "Come si fa una tesi di laurea" di Umberto Eco. Nonostante gli anni rimane comunque valido e aiuta chi comincia a lavorare alla tesi universitaria ma non sa dove mettere le mani.


"Olga di Carta" di Elisabetta Gnone. Era moltissimo tempo che volevo leggerlo e anche se ho davvero poco tempo ho deciso di cominciarlo in occasione dell'uscita del secondo libro che voglio leggere subito dopo. Ve ne parlerò sicuramente sperando di finirlo in settimana.

Ovviamente "Jim fatto di buio" di Elisabetta Gnone, il secondo di Olga di Carta appena uscito nelle librerie. Vorrei potermici dedicare completamente e non poterlo fare mi dispiace un sacco!


E voi? Cosa state leggendo?

06 dicembre 2017

10 cose che forse non sapete riguardo ai Vichinghi (parte 2)

dicembre 06, 2017 4 Comments
Ieri sera ho provato a fare una diretta sulla pagina facebook del blog (QUI) ma la connessione internet non andava bene e quindi non sono riuscita a fare un video decente e alla fine ho dovuto interrompere. Mi dispiace, spero di rimediare presto. Intanto vi ringrazio per l'interesse verso questo articolo e vi lascio alla seconda parte!
La prima parte dell'articolo potete leggerla QUI

6. I vichinghi non sono celti.

Culture La Tene Hallstatt
L'epoca di massimo splendore dei Celti avviene tra il IV-III secolo a.n.e., mentre l'epoca vichinga come abbiamo detto nella prima parte di questo articolo va dal 793 al 1066. Dunque non solo non sono lo stesso popolo ma non hanno nemmeno avuto reali contatti. È vero che molte tribù celtiche sono sopravvissute a lungo, tuttavia non erano più il popolo di un tempo dato che l'egemonia celtica in Europa ha cominciato il suo declino intorno al I a.n.e.
Oppida celtici

Tuttavia Celti e Germani in passato non avevano una distinzione così netta, oggi vengono considerate due facce di un'unica civiltà. Ovviamente non esiste un popolo unico celtico, ma si tende a unire culture affini sotto uno stesso nome in maniera convenzionale. I Greci chiamavano Celti coloro che vivevano nella metà occidentale dell'ecumene antagonista agli "Sciti". Dunque erano un insieme di tribù, etnie e leghe. La "I cotatti più significativi tra Celti e Germani si ha tra la tarda epoca di Hallstatt (VI-IV a.n.e.) e la metà dell'epoca di La Tène (III-I a.n.e.)" (Marco Battaglia "I Germani")
La divisione tra Celti e Germani è dovuta a Giulio Cesare che nel suo "Commentarii de bello gallico" (58 a.n.e.) usava il Reno come divisore tra le due culture e sancì l'uso del termine "Germani".
Essi condividono delle isoglosse che dimostrano uno sviluppo simile a livello sociale e culturale. Rimane però un primato della cultura materiale celtica rispetto a quella germanica.

Se gli uomini desiderano ascoltare i grandi eventi che ebbero luogo in tempi antichi, devono scoprire ciò che non conoscono e poi mandarlo a memoria. Se poi si desiderano imparare storia più lunghe e inconsuete, è consigliabile trascriverle, prima che la loro memoria si perda. - Saga di Teoderico da Verona

7. Le rune non sono oracoli magici celtici.

Dopo quanto detto sopra, potete capire perché sentir parlare di rune celtiche mi causa sempre qualche scompenso. Siccome ho intenzione di parlavi più dettagliatamente di rune nei prossimi articoli, qui mi limiterò a brevi accenni perché da dire c'è davvero molto e non mi è possibile trattarlo qui.
È vero che dal V secolo fino al IX secolo si protrasse l'uso delle rune nell'Inghilterra anglosassone, ma rappresenta una consapevole alterità rispetto al resto della tradizione runica, anche per un forte influsso della cultura letterata cristiana. In ogni caso si trovano testimonianze runiche anche in Italia ad esempio, ma le rune rimangono un sistema di scrittura epigrafica, una delle prime testimonianze linguistiche germaniche antiche.
I primi ritrovamenti partono dalla metà del I secolo, e il termine runa è un prestito islandese del XVII secolo. La questione sull'uso magico-rituale delle rune è controversa e ancora oggetti di accesi dibattiti tra i filologi. È vero che c'è stata scarsissima conservazione di iscrizioni su materiali deperibili, ma delle attestazioni su pietra (più recenti di almeno due secoli) solo una stretta minoranza invoca direttamente una divinità pre-cristiana. Le rune dunque sono usate moltissimo anche in ambiti profani e questo porta ad affermare che non furono create espressamente come simboli magici o sacrali o come scrittura segreta. Questo non permette di affermare scientificamente che abbiano un qualsivoglia valore magico o sacrale, tuttavia è plausibile supporlo data la mancanza di diverse testimonianze. La mancata avversione cristiana per tale scrittura aumenta i dubbi e fa supporre che l'accostamento delle rune alla sfera soprannaturale sia avvenuta nella fase del suo declino funzionale, ovvero quando è stata soppiantata dall'uso della scrittura latina perdendo quindi il suo uso per comunicare. Prendendo invece per buona l'idea magica, è anche vero che un uso simile può comportare la distruzione del testimone. Quindi la questione rimane aperta, ma ribadisco che l'ipotesi magico-sacrale non può essere affermata scientificamente per mancanza di reperti sufficienti.

So che pendetti dall'albero ventoso, nove notti intere, di lancia ferito e dato a Odinn, io stesso a me stesso, su quell'albero che nessuno sa da quali radici provenga. Con pane non mi ristorarono, né con corno, scrutai giù; raccolsi le rune, gridando le presi, caddi nuovamente di là. (...) Rune troverai e chiari segni, grandissimi segni, fermissimi segni che dipinse il Terribile Vate e fecero i Numi possenti e incise Hroptr tra gli Dei. - Havamal (trad. Antonio Costanzo)

8. Il vegvisir non è un simbolo di epoca vichinga.

Anche su questo simbolo e in generale sui Galdrastafir ci sarebbe molto da dire e forse approfondirò il tema in un articolo a riguardo.
Il Vegvísir negli ultimi anni è diventato molto di moda, il cosiddetto "compasso runico", un talismano trovato esclusivamente in Islanda. La parola deriva dall'islandese e significa "segnavia": Veg da "Vegur" ovvero "strada","sentiero" e "Vísir" sta per "Guida". Esso si trova nel "Manoscritto di Huld" (che potete leggere in originale QUI), uno oscuro grimorio islandese scritto da Geir Vigfússon nel 1860 in cui si legge:
'Beri maður stafi þessa á sér villist maður ekki í hríðum né vondu veðri þó ókunnugur sá.' - Se qualcuno porta con sé questo simbolo, non perderà mai la propria strada nella tempesta o nel cattivo tempo, anche se percorre una strada a lui sconosciuta - Huld Manuscript
In molti trasmettono l'idea che il vegvisir fosse tracciato dai vichinghi islandesi sulle navi, eppure non è mai stato trovato alcun reperto con questo simbolo inciso sopra. Dunque non si può affermare che sia di origine vichinga perché non ci sono attestazioni di alcun tipo precedenti al 1600.
L'idea che rappresenti una bussola è una concezione moderna dato che molti galdrastafir sono in forma di ruota a otto punte.
Il primo tentativo di studio del vegvisir è stato fatto da Ólafur Davíðsson nel 1903 nel suo saggio dal titolo "Isländische Zauberzeichen und Zauberbücher", tuttavia questo come gli altri tentativi di traduzione mancano di precisione e hanno trasmesso errori modificando sostanzialmente il simbolo originale.
Anche Stephen Flowers riporta questo simbolo preso dall'Huld Manuscript in una versione modificata in appendice al suo libro "The Galdrabók - An Icelandic Grimoire" nel 1989 che traduce un antico grimorio del 1600 chiamato appunto Galdrabók in cui però il Vegvisir non è presente. Questa pubblicazione ha ispirato molte persone e artisti trasmettendo così gli errori di Flowers ovunque. Persino la nuova edizione del testo del 2005 che ha corretto alcuni errori del Galdrabók, non ha comunque risolto le inesattezze sul Vegvisir del manoscritto di Huld in appendice.
Persino l'Huld Manuscript è la copia di varie fonti precedenti, i simboli di questo manoscritto compaiono anche in altre raccolte che alcuni ritengono più vicine agli originali grimori da cui hanno attinto. I due più importanti sono il Galdrakver - Lbs 4627 8vo (disponibile online dalla National and University Library of Iceland) e il Galdraskraeda di Jochum "Skuggi" Eggertsson (pubblicato poi nel 1940) in cui il Vegvisir è incluso in un cerchio a differenza dell'Huld Manuscript che lo inscrive in un quadrato.
La versione che si trova su Wikipedia è una grafia semplificata e quindi errata.


9. La serie tv Vikings non è storica e Ragnarr è un personaggio leggendario.

Ero molto in dubbio sul trattare la questione per il semplice fatto che potrei analizzare la serie su vari livelli, dalla storia, il mito, la leggenda, usi e costumi, aspetto fisico, letteratura... insomma troppo per questo articolo. La serie Vikings ha avuto un enorme successo tanto da portare all'attenzione della massa il mondo nordico e avviare quel fenomeno di revival vichingo che possiamo vedere ovunque.
La questione su cui mi soffermo è la storia di Ragnarr Loðbrók, su cui si concentra la serie.
Ci sono diverse fonti scandinave dell'epoca medievale che parlano di questo personaggio tra lo storico e il leggendario. Io personalmente ho letto la Saga di Ragnarr dell'edizione Iperborea (tra l'altro da poco ripubblicata per la gioia di tutti noi!) che contiene la Saga di Ragnarr (Ragnars saga Loðbrókar) e l’Episodio dei figli di Ragnarr (Ragnarssona þáttr), testi islandesi del XIII-XIV secolo tradotti da Marcello Meli. Ovviamente ve la consiglio perché oltre ad essere una bellissima ed appassionante lettura, è molto ben fatta come tutte le edizioni Iperborea che per me sono sinonimo di qualità.
Il personaggio di Ragnarr probabilmente nasce dall'unione di vari capi vichinghi, tra cui Raginarius che attaccò Parigi nell'845 a cui si sono aggiunti nel tempo gesta fantasiose. Non abbiamo certezza della sua esistenza, ma certo è che è esistito Ívarr Senz’ossa arrivato in Inghilterra con la sua armata vichinga nel IX secolo e conosciuto come uno dei figli di Ragnarr.
In queste saghe non si fa menzione della tanto amata guerriera Lathgertha, che invece viene presentata da Saxo Grammaticus nei Gesta Danorum del 1200 come prima sposa di Ragnarr.
La serie mette in scena anche lo storico Rollo (che nella Göngu-Hrólfs saga viene chiamato Hrólfr), fratello di Ragnarr nella serie tv. Egli ricevette da Carlo il Semplice la Normandia convertendosi al cristianesimo.
Molti sono i nomi che compaiono in saghe, miti, leggende o storia, come Aslaug figlia dei leggendari Sigurd e Brunilde, Ella e Alfredo d'Inghilterra, Harald Bellachioma, primo re di Norvegia, Flóki Vilgerðarson, colnizzatore dell'Islanda e Harbarðr (uno dei nomi di Odino).
Ovviamente questa serie tv non è una riproduzione storica del mondo nordico medievale, tuttavia è una serie piacevole se si va al di là del discorso filologico e che ha di positivo incuriosire le persone sul mondo nordico e sui vichinghi. Io personalmente non ho ancora finito di vedere la serie, rimando continuamente, ma prima o poi tenterò di riprenderla.

La vita ho arrischiato per la gloria, donna avvenente: combattei il ‘pesce del suolo’ all’età di quindici anni; avrò, a meno che la malasorte mi tocchi, una morte rapida, il ‘salmone della brughiera’ al cuore avvolto in anelli, non sa avvilupparsi. - Saga di Ragnarr (ed. Iperborea)
 

10. Le due edda non sono state scritte in epoca vichinga.

Quando si parla di mitologia nordica vengono sempre citati i due testi principali sul corpus mitologico degli antichi scandinavi, ovvero la cosiddetta Edda poetica e l'Edda di Snorri Sturluson.
L'Edda o Edda in prosa, è un manuale prosastico di arte poetica per apprendisti scaldi realizzato da Snorri Sturluson tra il 1222 e il 1225. In esso vi troviamo poemi mitologici che sono la base per la composizione scaldica, infatti molte strofe sono incomplete e inserite solo a scopo illustrativo per spiegare i miti a cui le kenningar fanno riferimento. È proprio grazie a questo lavoro se siamo in grado di capire buona parte del materiale mitologico e scaldico che altrimenti risulterebbe incomprensibile. I poemi contenuti risultano più antichi dell'edda poetica, in un periodo di difficile datazione tra l'800 e il 1200, con un culmine nel X secolo. Molto del materiale a cui fa accenno Snorri non è mai pervenuto fino a noi. L'edda poetica invece è una raccolta anonima di 29 carmi eroici e mitologici allitteranti di tradizione orale di origine ed epoca diverse di cui i più antichi potrebbero risalire al X secolo, tuttavia è stata scritta da un unico compilatore che ha raccolto il materiale in maniera organizzata. Probabilmente furono copiati da fonti islandesi e ordinati in un manoscritto risalente al XIII secolo e ricopiati intorno al 1280. Questo manoscritto fu scoperto dal vescovo Brynjólfur Sveinsson, un collezionista, nel 1643. Vedendo che quel nuovo manoscritto conteneva in forma più completa alcuni poemi citati da Snorri, ritenne che fosse il manoscritto più antico consultato proprio da Snorri stesso, motivo per cui gli è stato dato lo stesso nome della sua opera benché trasmettano opere diverse. In realtà l'opera di Snorri risulta più antica e l'edda poetica ha subito influssi successivi all'opera di Snorri. Dunque non è un'opera pre-cristiana ma inevitabilmente anche la composizione dei miti per quanto tramandati di generazione in generazione ha inevitabilmente subito degli influssi cattolici e non ci è giunta pura.


E ancora parlò Ægir: «Da dove ha avuto origine quell'arte che voi chiamate poesia?»
Bragi rispose: «L'inizio di ciò che fu che gli dei ebbero un conflitto con il popolo che si chiama dei Vani. E quanto dissero in un convegno di pace stabilirono la tregua in questo modo: entrambe le parti si recarono a un recipiente e vi sputarono la propria saliva. - Edda di Snorri Sturluson (trad. Gianna Chiesa Isnardi)



Spero che questa seconda parte vi sia piaciuta! 
E voi sapevate queste cose? Avete dubbi o domande sui vichinghi? 
C'è altro che vi piacerebbe sapere?

29 novembre 2017

10 cose che forse non sapete riguardo ai Vichinghi (parte 1)

novembre 29, 2017 11 Comments
Negli ultimi anni il mondo scandinavo (NB la pronuncia più corretta è scandinàvo non scandìnavo) ha affascinato sempre più persone, a causa della nuova moda nata con la serie tv Vikings o i film Marvel su Thor. Da studentessa di lingue e letterature nordiche non posso non notare quanti luoghi comuni sbagliati ci siano ancora oggi riguardo i vichinghi e vorrei fare un po' di chiarezza cominciando dalle 10 cose che ho sentito più spesso e che mi fanno rabbrividire. Una delle mie speranze è di diminuire la divulgazione di informazioni sbagliate e far capire alle persone di chi diffidare usando la giusta informazione come strumento per la difesa.
Ho deciso di dividere l'articolo in due parti perché mi è venuto molto più lungo del previsto.

1. L'elmo cornuto non è mai esistito.

Ebbene si, ancora oggi c'è chi crede all'iconografia nata nel Seicento dei barbari vichinghi che indossavano elmi cornuti in battaglia. Se è pur vero che elmi simili esistevano per cerimonie e feste, non esistono attestazioni riguardo il loro uso in battaglia (che potreva anche essere controproducente).
Questa iconografia fu portata avanti dagli artisti del romanticismo, pur non essendoci alcuna testimonianza storica. Ma fu nell'ottocento che l'idea dei vichinghi si impose alla massa con la pubblicazione della Saga di Frithiof illustrata da Gustaf Malmstrom in cui dipinse il protagonista con un elmo decorato da corna e ali di drago.
Alcuni attribuiscono una parte della responsabilità anche a Richard Wagner con il suo ciclo "L'anello del Nibelungo" in cui le valchirie indossano elmi con corna di vacca.
La società vichinga era sostanzialmente povera per cui solitamente indossavano elmi semplici e solo in pochi potevano permettersi intarsi o altre decorazioni in onore di odino Hjálmberi ovvero “colui che porta l’elmo”. Per questo motivo vi sono stati pochi ritrovamenti di elmi vichinghi, probabilmente molti erano fatti di cuoio o passati di generazione in generazione fino ad essere riciclati una volta divenuti inutilizzabili.
Ci sono tre siti di ritrovamenti archeologici di elmi vichinghi: a Gjermundbu dove vi è l'unico esemplare di elmo completo datato al X secolo, Tjele in Danimarca e Lokrume nel Gotland in Svezia.
Esempi di elmi cornuti si trovano sulle piastre del famoso Elmo di Sutton Hoo dove vi sono raffigurati elmi con teste di draghi/serpenti oppure in un'illustrazione su un arazzo ritrovato nella nave di Oseberg.
Secondo alcuni questa idea deriva dal dio Cernunnos della mitologia celtica, il dio cornuto dunque avrebbe ispirato questa tradizione. Tra i germani le corna vennero trasformate in serpenti e presero ruolo nei rituali religiosi teutonici sino al IX secolo circa.

Il professor Alessandro Barbero riguardo la questione risponde così:
In realtà c’è qualche statuetta molto, ma molto più antica (età del bronzo) e qualche ritrovamento di epoca celtica pre-romana che mostra elmi con una specie di “corna” laterali (ma bisogna fare attenzione perché c’è il rischio di interpretare in questo senso qualcosa che magari era molto diverso). L’idea è piaciuta moltissimo in epoca romantica e si sono attribuiti senz’altro questi elmi sia ai barbari dell’epoca delle invasioni, sia ai vichinghi…

Nella mitologia norrena, agli elmi venivano dati anche poteri magici come l'elmo magico Ægishjálmr del drago Fafnir che si dicesse capace di terrorizzare il cuore del nemico, oppure huliðshjalmr l'elmo della valchiria Brunilde che celava le sue sembianze.

2. I supereroi Marvel non sono gli Dei Scandinavi.

Odino Thor e Loki sono stati usati dalla Marvel per creare un fumetto e successivamente negli ultimi anni sono diventati famosi grazie alla trasposizione cinematografica con i tre film su Thor. Ovviamente tutto ciò ha ben poco a che fare con la mitologia norrena, ma vediamo brevemente alcune differenze nelle rappresentazioni delle tre divinità (ho scelto le tre differenze principali che ho notato per ognuno di loro). Premetto che non ho mai letto il fumetto e ho visto solo i primi due film di cui ricordo poco, per cui potrebbero essermi sfuggite alcune cose.


Odin
- Nella versione Marvel sacrifica il suo occhio a Yggdrasil, in realtà egli dovette cedere il suo occhio per bere alla fonte del gigante Mimir per acquisire la saggezza. Per quanto riguarda Yggdrasil egli rimase appeso all'albero per nove notti, ma questa è un'altra storia di cui non tratterò qui...
- Per la Marvel Loki viene adottato ancora in fasce da Odino, mentre in realtà per la mitologia Loki è suo fratello di sangue.
- A differenza della Marvel non esiste alcuna figlia Aldrif nel culto nordico.

Thor
- Nella mitologia Thor, figlio di Odino e Jord, non viene esiliato sulla Terra e non perde i poteri, non si innamora di nessuna Jane Foster ma al contrario sposa la bionda Sif.
- Invece della bionda e curata chioma fluente, Thor era solitamente rappresentato con folti capelli e barba rossi.
- Nel fumetto Thor sconfigge Loki durante i Ragnarok ed evita la Fine, mentre nella mitologia combratte contro il serpente di Midgardr e lo ucciderà per poi però morire dopo nove passi a causa del veleno del serpente.

Loki
- Secondo il mito, Loki è figlio di Laufey o Nal e del gigante Farbauti, mentre la Marvel ha invertito i nomi dei genitori.
- A differenza del fumetto, Loki e Thor non sono fratellastri ma compagni di avventure prima e nemici poi.
- Nella mitologia Loki morirà per mano di Heimdallr e non a causa di Thor.

3. I vichinghi non sono un popolo.

Non è mai esistito il popolo dei vichinghi, né una vikingland. I vichinghi non sono altro che uomini del Nord, i Northmanni che tra la fine del VIII secolo e la fine del XI avviarono il fenomeno delle spesizioni vichinghe dando il nome ad un'era e terrorizzando molte popolazioni. Il famoso saccheggio a Lindisfarne l'8 giugno del 793 al monastero anglosassone ha dato il via alla storiografia sulle spaventose incursioni vichinghe.
Le incursioni per mare non erano però prerogativa esclusiva degli uomini del nord. La loro spedizione si distingue dalle altre per la natura eterogenea con carattere commerciale, piratesco e di mercenariato a cui seguirono forme politiche di insediamento, per questo viene definita diaspora vichinga.
Il nome vichinghi deriva presumibilmente dai sostantivi aisl. 'viking' (fem.) e 'vikingr' (masc.) che indicano rispettivamente attività (commerciale, piratesca, militare) collegata alla navigazione e uomo imbarcato, commerciante, pirata, guerriero. Ma l'etimologia di tale nome è oggetto di controversie mai sopite. Molti continuano a usare 'vik' baia per spiegare la loro navigazione da una baia all'altra, ma così rimane il problema della parola 'viking' spedizione. Altre ipotesi sono state proposte tra gli studiosi ma non le indagherò qui.

In quest'anno terribili segnali si sono manifestati sulla terra di Northumbria, assai spaventosi per la gente; immensi lampi scossero la volta celeste e trombe d'aria e di fuoco e draghi volanti attraversarono il cielo. A questi segni seguì la carestia e dopo non molto, a sei giorni dalle idi di gennaio, le incursioni devastanti dei pagani causarono un danno irreparabile, per razzie e massacri, alla chiesa del Signore nell'Isola Santa. Dalla Cronaca Anglosassone, anno 793

4. Dreki è il nome corretto delle navi vichinghe.

La parola Dreki (antico norreno) è di origine romanza, ma comunque antica. Si trova anche nella strofa 66 della Vǫluspá dove Níðhöggr è definito appunto "dreki". È stata usata dai poeti del X e XI secolo e indica le navi da guerra che hanno un drago raffigurato sulla prua della nave (come la maggior parte delle navi).
Il plurale di Dreki è Drekar da cui probabilmente deriva la parola Drakkar, usata sopratutto in Francia. Dunque porta tre errori in una sola parola: di numero, morfologia e ortografia.

Ma la nave del re [Óláfr Tryggvason] era dotata di ottanta banchi separati ed aveva l’immagine intagliata di una testa di serpente a poppa e a prua: era chiamata “il Lungo Serpente”. Quando le panche erano occupate per intero ospitavano centosessanta rematori, i quali – nella battaglia di cui sto parlando – si dice fossero tutti muniti di corazze. Nelle venti panche presso la prora si trovavano pure quaranta preti: in battaglia davano il loro contributo più con la preghiera che con le armi. Da "Historia Norwegie"

5. I Ragnarok è plurale.

La parola "Ragnarøkkr" appare soltanto nell'Edda di Snorri Sturluson e nella Lokasenna, possiamo dedurne che ci sia stata una contaminazione tra le parole "røkkr" (masc. sing) e "rǫk" (neut. plur.) da cui deriva il "Ragna røkrs", ovvero il momento che attende Fenrir incatenato, come viene narrato nella Lokasenna, questo anche a causa dell'idea dell'epoca riguardo l'eclissi del paganesimo di fronte alla vera religione cristiana.
Nella strofa 44 della Vǫluspá si trova per la prima volta la parola "Ragna rǫk" e, come spiegato magnificamente da Marcello Meli nell'edizione curata da lui (Carocci editore), rǫk indica “causa”, “origine”, “portento”, “destino”, ma può indicare anche i racconti sugli dei o gli accadimenti che riguardano gli dei come in "tiva rǫk" ad esempio. Da queste informazioni possiamo dedurre che i "Ragna rǫk" designano i vari momenti fondamentali storici, avvenimenti importanti che segnano i cicli cosmici. È pur vero però che "røkkr" significa oscurità, crepuscolo, tenebra e dunque il "Ragnarøkkr" sarà il crepuscolo degli dèi.

Si colpiranno i fratelli e si uccideranno l'un l'altro, saranno dimenticati i legami di parentela. Violenza e perversione riempiranno il mondo. Tempo di asce e di spade, si frantumeranno gli scudi: tempo di vento e di lupi, e il mondo crollerà. Non vi sarà un uomo che vorrà risparmiarne un altro. Vǫluspá (trad. Bifrost)

Spero che questa prima parte vi sia piaciuta! 
E voi sapevate queste cose? Avete dubbi o domande sui vichinghi? 
C'è altro che vi piacerebbe sapere?

27 novembre 2017

Recensione "Monochrome" di Alessandro Fusco

novembre 27, 2017 0 Comments
Titolo: Monochrome
Autore: Alessandro Fusco

Editore: Scatole Parlanti
Pagine: 120
Prezzo: 
12,00 €
Data di uscita:
giugno 2017
Un parco, le foglie cadute dell’autunno e uno sguardo, seguito da poche parole. In questa atmosfera un po’ malinconica e un po’ romantica, Vladimir s’innamora di Giorgia e capisce subito che la ventenne porta con sé il sigillo della diversità. Affetta da una patologia che non le permette di percepire i colori, la giovane ribelle è un’appassionata di fotografia, di simboli, come la sua più cara amica e coinquilina, Valentina, conosciuta col nome di Opale Nero. In una Genova gotica e underground, tra mentori che appaiono e donne che scompaiono, i personaggi di Monochrome si muovono tra il giorno e la notte, tra la vita quotidiana e la ricerca di se stessi, tra Eros e Thanatos, su un palcoscenico suggestivo in cui la luce dell’Arte assume il volto di splendide muse e tragici carnefici.



Sento il freddo del marmo sotto le dita, l’aria che soffia lieve ma gelida e il grigio delle ombre che si allungano nel cimitero. Il silenzio e la pace di quel luogo mi riportano alla mente le atmosfere delle foto di Giorgia, protagonista del libro. Le sue foto in bianco e nero catturano le emozioni e i pensieri più segreti, come se racchiudessero l’essenza della vita.
Bianco e nero… questo è ciò che vede Giorgia. Affetta da una patologia che non le permette di vedere i colori. Ma è proprio questa sua particolarità che la porta oltre, che la avvicina a Vladimir, uomo solitario dall’animo burrascoso. La tempesta dei loro cuori e le loro ferite passate li portano a incontrarsi, trovarsi, capirsi, respingersi, amarsi, in un gioco di calamite che trascinano verso un inevitabile climax dai risvolti del tutto inaspettati. Perché Monochrome non si può riassumere in poche parole. La storia di Giorgia e Vladimir si interseca con una trama cupa, gotica, inquietante. Una storia di segreti e follia, di omicidi e arte. Ogni volta che troviamo una risposta, questa viene ribaltata per non lasciarti mai adagiare ma tenerti sempre sulle spine, con il fiato sul collo, in un vortice di eventi. È una storia difficile da spiegare in poche parole perché esce da ogni definizione.
Con questo libro Alessandro Fusco dimostra di aver raggiunto una maggiore consapevolezza nella scrittura e di saper sorprendere il lettore in un racconto moderno ma dalle atmosfere antiche.
Tutta la vicenda avviene in un breve lasso di tempo, ed in questo tempo si dispiegano moltissime tematiche, avvengono fin troppi avvenimenti e dunque l’ho percepito troppo breve per poter assaporare fino in fondo tutto ciò che viene narrato. C’è tanta sensibilità dietro le parole di questo libro, ho amato le riflessioni sull’arte che in qualche modo sono la chiave di questo testo, il segreto di questa storia che si basa sulla vista, ma una vista che coglie al di là dello sguardo.
Tuttavia ho la sensazione che sia in qualche modo incompleto, non per la trama in sé ma perché si concentra maggiormente sul descrivere le emozioni che non sul narrare la storia comunicandole attraverso di essa. Non vengono suscitate dolcemente, ti arrivano come un pugno nello stomaco.
Avrei desiderato che ci fosse più spazio per cogliere le sfumature fino in fondo perché credo che ci fosse molto di più di ciò che ha mostrato e di ciò che ha comunicato. Troppe tematiche trattate in troppo poco tempo e spazio.
Alessandro ha scritto un racconto sperimentale di simmetrie, incentrato sul porsi domande senza cercare una vera risposta: L’amore può redimere? L’amore può guarirci? L’amore può condurci al sacrificio anche estremo? I tre incontri tra i protagonisti rappresentano i tre passaggi dell’amore ovvero l’innamoramento, la passione e infinte la realtà dell’esistenza.
È un racconto in cui ogni cosa appare labile, sfumata dove non si riesce ad afferrare tutto fino in fondo, come un affresco pieno di dettagli in cui non riesci a cogliere l’insieme. Tutto ciò mi ha ricordato il problema di Giorgia.
Nonostante questo non mi sono sentita coinvolta come speravo, ci sono domande che rimangono aperte e lasciano spazio alla curiosità sperando in un seguito chiarificatore.
È sicuramente un libro inaspettato con un finale sorprendente.
Non è il genere di libro che prediligo, ma è sicuramente una lettura interessante.

Voi lo avete letto? Che ne pensate? 

24 novembre 2017

In My Mailbox #2 - 2017

novembre 24, 2017 2 Comments

Questa settimana ho ricevuto due graditissimi regali! Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki, uno scrittore di cui ancora non ho letto niente ahimé ma che mi ispira moltissimo da sempre e spero di leggere al più presto Norwegian Wood e 1Q84. I libri sulla scrittura da parte degli scrittori possono rivelare diverse sorprese quindi sono curiosa di scorpire cosa mi porterà questa lettura.
Beren e Luthien di J.R.R. Tolkien non ha bisogno di spiegazione, da tolkieniana non potevo farmi sfuggire l'ultimo libro uscito grazie alle fatiche del figlio Christopher. Ho letto varie opinioni su questo testo che finalmente è anche nella mia libreria! So già che non è come speravo, ma è comunque un dono prezioso e non vedo l'ora di leggerlo.

22 novembre 2017

WWW Wednesday #1-2017

novembre 22, 2017 10 Comments
Ultimamente sto leggendo davvero poco, non ho molti impegni ma comunque la tesi mi occupa tutto il tempo libero quando non devo fare la casalinga disperata. Eppure questo freddo mi fa desiderare di stare sotto le coperte a leggere libri emozionanti tutto il giorno! Anche a voi fa questo effetto l'inverno? Inoltre in questi giorni sto cercando di riguardare vecchi copioni di teatro perché devo selezionare dei brani da dare ai ragazzi del teatro e la cosa è più difficile del previsto. Ma torniamo a noi! Ecco le mie ultime letture!



L'isola dei due mondi di Geraldine Brooks è un libro che ho desiderato tantissimo, sin dalla sua uscita. Mi aspettavo molto da questa lettura, ma sono rimasta un po' delusa. Il libro è bello ma non abbastanza da rimanermi nel cuore. Ho odiato la protagonista dall'inizio alla fine e per quanto sia ben fatto il lavoro storico e ci siano belle descrizioni non l'ho trovato abbastanza incisivo o memorabile.
Un altro libro che ho atteso anni per leggere è Il peso della Farfalla di Erri De Luca. Questo autore mi affascina da sempre eppure non ero mai riuscita a leggere niente di suo. Ho scoperto un testo poetico e romantico, che parla attraverso immagini ed emozioni. Tuttavia non mi ha entusiasmato, semplicemente è un tipo di libro che non fa per me. Non amo questo genere perché trovo che i libri scritti in questo modo siano fin troppo prevedibili e abbastanza simili tra loro.


Con estrema gioia ho appena cominciato a leggere il terzo libro de L'Accademia del Bene e del Male di Soman Chainani. Avevo bisogno di immergermi nella lettura magica e fatata di questo autore di talento e ritrovare Agatha e Sophie in una storia avvincente che mi desse dei momenti piacevoli di svago e avventura tra un saggio e l'altro. Purtroppo non posso divorarlo come vorrei, ma sono felicissima, adoro questa saga!


Non so quale romanzo leggerò dopo l'accademia ma so con certezza che il prossimo libro che leggerò sarà Åsmund Frægdegjæva una ballata medievale norvegese tradotta e curata da Luca Taglianetti che mi ha gentilmente regalato una copia del libro e non vedo l'ora di parlarvene meglio!


E voi? Cosa state leggendo?

20 novembre 2017

Recensione "Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra" di Anita Book

novembre 20, 2017 2 Comments
Ho atteso di leggere questo libro per moltissimo tempo, da quando lo scoprii leggendo un’anteprima sul blog di Anita, e aver avuto il piacere di conoscere questa dolce autrice di talento ha portato alte aspettative. Il testo si è rivelato diverso da quello che credevo, ma è stata una piacevole sorpresa.

Titolo: Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra
Autore:
Anita Book
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 356
Prezzo: 2,99 € in ebook 

(cartaceo in uscita prossimamente)
Data di uscita: 1 aprile 2015
Trama: Suzie Moore non è una ragazza come tutte le altre. Si veste in modo strano, è cinica e odia le persone. È nata in Illinois ma vive a Roma, dopo che la sua famiglia è morta tragicamente in una bufera di neve. Ama la musica ma non la scuola. Tuttavia proprio un libro cambierà per sempre la sua vita. Nascosto nel computer del preside della Scuola Americana di Roma, troverà un misterioso file che le darà accesso a un mondo di fantasia: quello descritto da Jules Verne nel suo Viaggio al Centro della Terra. Vivrà così un'avventura incredibile, al fianco del folle professor Lidenbrock e del giovane nipote Axel, il cui fascino metterà in crisi persino il suo cuore. Da Amburgo all'Islanda, dalla vetta del monte Sneffels alle profondità della Terra e là, dove Jules Verne non è mai andato e dove il confine tra finzione e realtà è un orizzonte quasi invisibile. E mentre la vita di tutti i giorni continua a scorrere, tra scuola e amici, delusioni e piccole e grandi conquiste, qualcosa dentro di lei - in un mondo diverso - le darà le giuste lezioni per superare le sue paure


Mi guardo un attimo allo specchio e non mi riconosco… Davanti a me vedo l’immagine riflessa di una ragazza con lunghi capelli blu e un tubetto di crema da usare come microfono per fingere di essere una rock star. Suzie ricambia il mio sguardo, la musica parte e io provo a diventare lei. No, non sono impazzita, perché la storia di Suzie non l’ho solo vissuta attraverso le parole di questo libro, ma per uno strano gioco del destino mi sono ritrovata a interpretarla nel videoclip ufficiale di Fabio Caponegro dedicato alla sua storia. Ma chi è Suzie Moore? Indossa i miei stessi abiti, amando anfibi e corpetti, la musica è la sua vita e il suo sogno è fare la cantante insieme al suo gruppo rock di amici musicisti. E ha i capelli blu. Blu come il cielo in cui ora forse si trova la sua famiglia, persa in un tragico incidente stradale, blu come il mare, lo sconfinato e bellissimo mare che accoglie i suoi pensieri, le sue lacrime e la sua malinconia, blu come l’elettricità che sprigiona quando è sul palco insieme ai suoi amici e non è più la giovane ribelle e testarda Suzie, ma voce ed emozione.
Ognuno di noi affronta il dolore in maniera diversa e non è mai facile superare la solitudine e le perdite di persone care, a volte ci illudiamo di essere andati avanti, ma solo quando ci troviamo di fronte a situazioni particolari ci rendiamo conto con nostra stessa sorpresa che non è così. Anche Suzie pensa di aver trovato il suo equilibrio, ha una zia amorevole a cui vuole molto bene e che si prende cura di lei nel modo migliore, degli insegnanti in gamba e degli amici fantastici con cui ha legato un rapporto speciale, soprattutto con Enzo, il suo migliore amico, giovane e folle ma pronto a capire gli altri ed aiutarli. Matteo è quasi un fratello maggiore e Vittorio… Con lui il rapporto è conflittuale eppure più profondo di quanto si pensi. C’è qualcosa di speciale nel loro avvicinarsi e respingersi come se non potessero stare lontani eppure temessero di scoprire il loro vero io mostrandosi vulnerabile all’altro.
La sua vita quotidiana si trasforma improvvisamente in un’avventura ai limiti dell’impossibile quando trova un file misterioso di un certo Mr Klim e aprendolo scopre un libro che non conosceva, ovvero “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne. Presa dalla curiosità decide di leggerlo, ma ci finisce dentro! Da questo momento capiteranno una serie di avventure, mentre Suzie segue il viaggio dei personaggi della storia e fa amicizia con il Professor Lidenbrock, e il giovane affascinante Axel, mentre fuori il mondo sembra andare a rotoli e l’unica soluzione alla sua vera vita sembra nascosta nel viaggio misterioso e pericoloso del libro.
Ma perché le è arrivato questo misterioso file? Chi è veramente Mr. Klim? E come è possibile che tutto ciò le stia accadendo?
Anita è riuscita a trasportarci in un mondo magico, una storia per ragazzi piena di avventure e riflessioni, pronta a emozionarci e a farci tenere con il fiato sospeso. Una storia di formazione, un’avventura fantastica, un piccolo promemoria per ricordarci che non siamo soli e che non dobbiamo avere paura di prendere in mano la nostra vita, che l’amore e l’amicizia sono pronte a tenderci la mano se siamo fiduciosi e non ci arrendiamo alle avversità. Perché siamo noi i fautori del nostro destino ed è guardandoci dentro e imparando dai nostri errori che possiamo rimediare.
Non avevo mai letto i libri di Jules Verne, non credevo fossero adatti a me, ma dopo questa lettura, sono decisa a leggere i suoi libri, partendo ovviamente da Viaggio al centro della terra.
La storia di Suzie è semplice nella sua particolarità avventurosa, magica nelle sue vicende quotidiane e dolce come il suono di un ruscello che scorre dolcemente nel bosco. Si tratta di una storia nella storia che si compenetrano e influenzano a vicenda per finire sorprendendoci e facendoci desiderare di proseguire ancora nelle vicende di Suzie e dei suoi amici (reali o letterari).
A me è piaciuto molto, mi ha sorpresa. Credo che sia un bellissimo esordio per Anita, sono sicura che ha ancora molto da dare e io non vedo l’ora di leggere le sue prossime storie. Lo consiglio soprattutto a lettori giovani che hanno voglia di una storia di avventura tra passato e presente, libri e musica.

Voi lo avete letto? Che ne pensate?